BIOGRAFIA

Evoca1 nasce nella Repubblica Dominicana dove trascorre gran parte della sua infanzia all’aria aperta disegnando sui muri e giocando a baseball, fino all’età di undici anni quando la sua famiglia decide di trasferirsi in Florida. La sua formazione si sviluppa in autonomia; è affascinato dai grandi maestri della storia dell’arte del passato, ne studia compulsivamente i capolavori e le tecniche. La pittura diviene centrale nella sua vita, inizia a dipingere da ragazzo e si concentra sulle possibilità di rappresentazione dell’uomo. Le sue opere raccontano la sua visione della vita attraverso metafore evocative dove bambini, uomini e animali si fanno simboli della sua storia personale e di lotte sociali.

Attualmente risiede nel Sud della Florida dove porta avanti la sua ricerca nell’ambito della pittura figurativa che negli ultimi anni si è espressa principalmente nello spazio pubblico, dove ha dipinto opere di grandi dimensioni interagendo con il contesto di azione, per lui imprescindibile nella costruzione di significato dei suoi lavori.
Ha partecipato a progetti di Arte Pubblica in tutto il mondo lasciando un segno in Perù, Austria, Canada, Florida, Argentina, Germania, Messico, Hawaii, Tunisia, Italia, Islanda e molti paesi ancora.
Le sue opere sono state esposte in molteplici spazi espositivi tra cui la StolenSpace Gallery (London, UK), la Jonathan LeVine Gallery (New York, USA), l’ABV Gallery (Georgia, ATL) e il Perez Art Museum Miami (PAMM) (Miami, Florida).

06.05 – 04.06.2017

EVOCA1 – MERCY

Solo Show

Il 6 maggio 2017 la Galleria Varsi presenta “Mercy” (Misericordia), prima personale italiana dell’artista Evoca1, pittore figurativo dominicano, attualmente residente a Miami.

L’artista porta avanti una ricerca tesa a svelare i conflitti propri della sfera umana e li manifesta nello spazio pubblico, dove la sua storia personale, il suo sguardo prendono forma.

La “Misericordia” è un pugnale da duello risalente al XII secolo composto da una lama a sezione triangolare, il quale grazie alla sua struttura e robustezza riusciva a passare attraverso un’armatura. Il nome deriva dalla funzione che storicamente ricopriva, con il pugnale si finiva l’avversario in fin di vita sul campo di battaglia, sollevando il caduto dall’agonia, donandogli la morte. Un’immagine drammatica che incarna un valore prezioso: nell’irrimediabilità dello scontro, la morte e la sofferenza riattivano la responsabilità verso ogni uomo.

Gli occhi dell’artista si posano questa volta su un sentimento chiave dell’antica Roma, cantato da Virgilio nell’Eneide, elaborato nella figura del “Pius Aeneas”, ma fanno fatica a vederla: la pietas. Questo valore esprimeva l’insieme dei doveri che l’uomo ha verso i suoi simili, verso la famiglia e verso gli Dei. Si tratta di una disposizione dell’animo umano non innata, qualcosa da coltivare quotidianamente con devozione e diligenza. La pietas spinge l’uomo fuori dal sé, verso l’altro, tra il cielo e la terra.

Ma è davvero possibile parlare di pietas oggi? Chi è l’altro per noi?

Da questa domande ha origine “Mercy” che porta negli spazi della Galleria Varsi una riflessione che indaga una virtù estinta, oggi necessaria:

La misericordia è sempre stata un’emozione necessaria, praticata da pochi e ricercata da molti. Se guardiamo indietro alla nostra storia, sono sempre esistite battaglie per il potere e le risorse, dove i più forti lottano tra di loro per ottenere il controllo totale e i meno privilegiati lottano per sopravvivere affidandosi alla loro misericordia.

Questo ciclo è una costante dell’umanità e rimane una questione pertinente in ogni momento. La mostra “Mercy” è una metafora per riflettere sui nostri tempi.

L’artista rifiuta il contesto culturale e politico in cui vive, dove l’individuo alienato mancante a se stesso è incapace di incontrare, unirsi all’altro e ci esorta a ritrovare il vero significato della parola comunità (dal latino communitas: cum – munus), erroneamente interpretata dal pensiero corrente: “Il munus che la communitas condivide non è una proprietà o una appartenenza. Non è un avere, ma, al contrario, un debito, un pegno, un dono-da-dare”, come spiega il filosofo Roberto Esposito.

La nostra educazione non si esaurisce nell’indipendenza ma si compie nell’infinito esercizio della dipendenza, della continuità con l’altro.

L’artista ci ricorda che il progetto biologico dell’essere umano, a differenza di altre specie, prevede l’altro per svilupparsi, completarsi: per sopravvivere (o morire).

Mostra a cura di: Chiara Pietropaoli

Sponsor: Birra del Borgo
Partner: Ex Dogana Roma, Blind Eye Factory, 56 Fili, Trasformazioni Urbane

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