BIOGRAFIA

 

Pixelpancho (Torino 1984) è stato introdotto al colore e alla forma da suo nonno, un pittore occasionale.

La passione di Pixelpancho per l’arte e il design lo ha portato a iscriversi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e poi all’Accademia di Belle Arti di Valencia, in Spagna, dove si è laureato. In questo periodo ha potuto conoscere le scene dei graffiti e della street art e ha iniziato a utilizzare vernici spray e markers su superfici esterne, distinguendosi ben presto dalla maggior parte degli studenti che ancora usavano soprattutto carta e tele classiche.

Nei suoi viaggi tra la sua città natale di Torino e Valencia, Pixelpancho ha potuto cogliere tutte le occasioni per farsi conoscere nelle strade, realizzando muri in molte città europee attraverso l’uso di mezzi diversi come pittura murale, adesivi / poster art.

Il tempo trascorso a Parigi, Amsterdam, Varsavia, Vienna e altre città per graffiti jam e mostre in galleria ha anche consentito allo stile di Pixelpancho di evolversi, trasformando i semplici robot iniziali nelle composizioni più complesse che caratterizzano la sua arte odierna.La narrazione nel lavoro di Pixelpancho è guidata da un mondo dimenticato che giace sotto una coltre di polvere. Nel suo universo, robot rotti e ammaccati si trovano in decomposizione a terra; i loro organi di ferro e rame arrugginiti cadono e giacciono scartati nell’oblio. Anche se le dimensioni del suo lavoro variano, il suo regno surreale è il filo costante che trafigge lo sguardo dello spettatore e lo accompagna attraverso riferimenti contemporanei e storici. La forza della dimensione fisica e dei gesti che umanizzano i suoi robot sono particolarmente evidenti sui muri di edifici abbandonati in molte città europee, americane e messicane, in cui tutti sono parte integrante di una struttura interconnessa di storie che avvolgono anche i suoi murali, dipinti, e sculture.

19 Feb 16 | 3 Apr 16

Pixelpancho – Androidèi

 

Chi sono gli “Androidèi“?

Ce lo racconta Pixelpancho con la sua mostra personale alla Galleria Varsi dove i Robot e gli dèi si incontrano per fondersi in un’unica entità soprannaturale e dove il sacro si fa ossido.

Prosegue così la riflessione dell’artista torinese sull’uomo, espressa nel tempo attraverso metafore visionarie. E questa volta passa per il mito, di cui Roma è la culla. Una ricerca che si fonda su una rappresentazione fantastica della realtà e che la trascende per raccontarla, raccontarci.

Nelle opere di Pixelpancho l’uomo è protagonista senza mai comparire in carne ed ossa, la sua pelle sensibile diviene ferro, il suo animo ingranaggio. Il robot è l’uomo.

La carne come il ferro è destinata a decadere e questo l’uomo lo sa, lo teme.

Spiegare i fenomeni della natura e il ciclo della vita è una necessità intrinseca degli esseri umani che da millenni creano e si appellano a creature supreme per cercare risposte e certezze. Queste creature si evolvono con il passare dei secoli, in relazione alle esigenze legate alle culture che le producono.

Sui robot come sugli dèi l’uomo proietta il desiderio di perfezione e corona l’immortalità; li ha creati per superare i propri limiti e spingersi oltre.

I robot sono i nuovi dèi.

Gli “Androidèi” sono le nostre paure, la nostra speranza.

Copyright 2015 Galleria Varsi - All rights are Reserved